Cosa avrei fatto io?

30 Ott Cosa avrei fatto io?

Di cosa parliamo quando parliamo di Villa Emma?

Un’eredità non si raccoglie mai, non è mai una con se stessa. La sua unità presunta, se ce n’è, non può consistere che nell’ingiunzione a riaffermare scegliendo.
Jacques Derrida, Spettri di Marx

 

Cosa ci lascia la storia dei ragazzi di Villa Emma? Perché studiarla?

Con l’itinerario che presentiamo, pensato come una formazione alla riflessione, vogliamo provare a rispondere a queste domande e fornire all’insegnante uno strumento per guidare gli allievi e le allieve della secondaria di secondo grado nel difficile compito di imparare a “cogliere la complessità dei problemi esistenziali, morali, politici, sociali […] e formulare risposte personali argomentate”, come tra l’altro richiesto dalle integrazioni apportate al PECUP in riferimento all’insegnamento trasversale dell’Educazione civica.

La storia dei ragazzi di Villa Emma ci racconta di una comunità, quella nonantolana, i cui componenti si sono adoperati per accogliere, prima, e aiutare a mettersi in salvo, poi, un gruppo di ragazzi e ragazze ebrei/e, e i loro accompagnatori, che venivano da lontano.

L’operazione di soccorso è andata a buon fine grazie soprattutto alla tempestività con cui è stata condotta, quando non si poteva ancora del tutto presagire la sua necessità. Se ne percepiva però confusamente il rischio.

E allora, viene spontaneo chiedersi, che cos’ha spinto quelle persone ad agire?

Che cosa può spingere qualcuno a impegnarsi e a mettere in gioco la serenità famigliare, la vita, la carriera per aiutare/salvare chi è o potrebbe trovarsi in pericolo? In fondo, quando l’8 settembre 1943 l’esercito tedesco invade l’Italia, i ragazzi di Villa Emma erano tranquillamente a Nonantola da più di un anno: perché la loro situazione sarebbe dovuta cambiare?, perché il pericolo avrebbe dovuto minacciarli?

Approfondire il movente che sta all’origine del comportamento dei nonantolani, delle nonantolane e di tutti/e coloro che sono capaci di uscire dalla loro comfort zone per aiutare il prossimo ci pare, inoltre, cogliere l’invito di  Elena Loewenthal – a proposito delle sue riflessioni sul Giorno della Memoria – che andrebbe esteso a tutte le altre date del calendario civile: non ci dovremmo concentrare esclusivamente sulla celebrazione delle vittime, ma dovremmo invece guardare dentro di noi e chiederci come avremmo agito/come agiremmo, se ci fossimo trovati/ci trovassimo nella condizione di potenziali soccorritori (o oppressori):

Concepito e nato per ricordare l’orrore che l’Europa ha visto e annidato negli anni Quaranta del secolo scorso, segnato non a caso sul calendario il 27 gennaio, giorno in cui i cancelli di Auschwitz si aprirono e il mondo – impersonificato dalle truppe dell’Armata Rossa dirette a Berlino e capitate quasi per caso da quelle parti – vide con i propri occhi quello che era successo, il Giorno della Memoria è diventato ben presto una specie di (postumo) atto di omaggio agli ebrei sterminati. Una ricorrenza non introspettiva, come doveva essere quando è stata formulata, bensì transitiva.
(E. Loewenthal, Contro il Giorno della Memoria, ADD Editore 2014)

L’itinerario che proponiamo, dunque, passa attraverso la conoscenza della Storia, e di alcune delle innumerevoli storie che la costituiscono, per attrezzarci alla vita. E siccome le storie le raccontano i libri, è da un libro che siamo partiti: Pierre Bayard, Sarei stato carnefice o ribelle? (Sellerio 2018).

Nelle sue pagine abbiamo trovato un’analisi del conflitto etico che ci ha coinvolto profondamente, svolta attraverso rimandi ad altri libri. A questi abbiamo aggiunto rinvii ad altri libri ancora e alla rete, in una sfida al labirinto che rimane aperta ad accogliere nuove suggestioni.

N.B.: I siti indicati qui e nelle schede che seguono sono stati visitati nel mese di luglio del 2020.

 

 

Il punto di partenza

 

Non possiamo che prendere le mosse dalla storia sulla quale si fonda il lavoro della Fondazione Villa Emma; il docu-film I ragazzi di Villa Emma – Giovani ebrei in fuga, realizzato da Aldo Zappalà per RAI-Storia (2008) ce la farà conoscere:

http://www.davantiavillaemma.org/materiali/documentario-rai/

La questione che vogliamo sollevare è già presente nel film, ma può essere meglio esplicitata dalla lettura del racconto a cui si rifà il titolo del nostro itinerario: Nathan Englander, Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank? (Einaudi 2012).

Mark e Lauren fanno visita in Florida a una coppia di loro amici. Arrivano da Israele, dove vivono da molti anni in una comunità ortodossa. Hanno l’impressione di non riuscire a condividere più nulla con gli amici di un tempo, Debbie e suo marito (che nel racconto assume i panni di narratore): anzi, gli “americani” non possono fare a meno di sentirsi perennemente sotto accusa, oggetto di un silenzioso disappunto per il loro stile di vita laico, la fallimentare educazione dei figli, la fibra morale tutt’altro che salda. Il dissidio sembra crescere quando Debbie rivela di aver trovato della marijuana nella camera dei ragazzi, ma nel momento in cui dal rinvenimento scaturisce una canna che comincia a girare tra i quattro, i netti confini morali che erano stati silenziosamente tracciati si fanno più sfumati. A un certo punto – in un clima rilassato e rarefatto – qualcuno chiede: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”. Una domanda semplice che non è una semplice domanda: un dilemma etico le cui risposte cambieranno completamente le carte in tavola.

http://terzapagina.blog.kataweb.it/2012/09/04/?refresh_ce

Ecco, il dilemma etico è ciò che sta al cuore della storia di Villa Emma e ne racchiude l’interesse più profondo. Non importa se i protagonisti dell’operazione di soccorso si siano trovati invischiati o meno in esso; forse hanno agito del tutto spontaneamente, senza soppesare le alternative. Ma anche se così fosse, ha comunque senso cercare di capire perché questo comportamento sia stato per loro naturale. Perché per tante altre persone, in situazioni analoghe, non lo è stato affatto: c’è chi ha scelto l’inazione e chi si è messo al servizio degli oppressori; nell’immediato, queste erano sicuramente le opzioni più facili. Eppure, tanti/e hanno preso una strada divergente.

Indagare i perché e il perché di tale scelta costituisce un modo per capire meglio la storia di quei ragazzi ebrei e dei cittadini di Nonantola che si presero cura di loro, ma anche per coglierne gli elementi di universalità che la rendono attuale.

L’indagine del dilemma etico

Nel libro da cui siamo partiti, Pierre Bayard analizza con grande sensibilità le sfaccettature del dilemma etico cui si trova di fronte il potenziale soccorritore, rappresentandole attraverso casi concreti. Il principale contesto di riferimento è, come nel nostro caso, il periodo della seconda guerra mondiale, ma verso la fine il suo sguardo si allarga a scenari diversi, di fronte ai quali si ripropongono le stesse domande.

Faremo riferimento ad alcuni capitoli del suo libro assumendoli come guida per un’analisi che in una classe andrebbe affidata, nella fase iniziale, a gruppi differenti che si dovrebbero poi ritrovare in una plenaria finale, dove confrontare le prospettive esplorate.

 

  Il conflitto etico [.PDF]

  • L’esperimento di Stanley Milgram (1960-1963)
  • Il caso del Battaglione 101 (da Christopher Browning, Uomini comuni, Einaudi 1995)

 

  I “Giusti” o soccorritori [.PDF]

  • Da Tzvetan Todorov, Di fronte all’estremo, Garzanti 1992: il caso di Le Chambon-sur-Lignon

 

  La dimensione della paura e l’importanza di un pensiero autonomo [.PDF]

  • Il caso di Hans e Sophie Scholl

 

  La capacità di rompere i quadri di riferimento precostituiti e di creare una nuova biforcazione etica [.PDF]

  • Il caso di Aristides de Sousa Mendes
  • Il caso di Milena Jesenska (da Margarethe Buber-Neumann, Milena, l’amica di Kafka, Adelphi 1999)

 

  La presenza a se stessi e il sentimento di non poter fare altrimenti [.PDF]

  • Due casi di omicidi di massa nel secondo Novecento (Cambogia e Ruanda).

 

La valutazione finale può risultare dall’osservazione degli/delle studenti durante tutte le fasi del lavoro, dai loro interventi nelle plenarie e dalla loro interazione nel gruppo, nonché dall’eventuale utilizzo di materiali in lingua straniera.

Non è tuttavia da escludere la possibilità di una prova scritta nella forma della tipologia C di Prima prova d’esame (Riflessione critica di carattere espositivo-argomentativo), oppure nella forma della proposta di un dilemma etico da analizzare e discutere utilizzando le conoscenze e competenze acquisite durante il percorso.