La decisione di Antigone

05 Nov La decisione di Antigone

Il dilemma etico tra conflitti, persecuzioni e mito d’origine

 

È necessario però sapere che la guerra
è comune [a tutti], che la giustizia è contesa
e che tutto accade secondo contesa e necessità.
[Eraclito, fr. 80 DK]

 

A partire dallo sguardo dell’altro

Un popolo confuso e impaurito assiste impotente al crollo della nazione mentre il re Vittorio Emanuele III si dà alla fuga con la famiglia, il capo del governo Badoglio e i vertici militari. Il paese invaso dalle truppe della Wehrmacht, il regio esercito allo sbando senza più ordini né comandanti, oltre un milione di soldati italiani fatti prigionieri e deportati nei lager.

Questo e molto altro ancora avviene nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, subito dopo l’annuncio radiofonico dell’armistizio concluso dall’Italia con gli Alleati anglo-americani.

Nel caos che domina quelle ore e nei giorni seguenti ciascuno si trova ad affrontare una prova inattesa che impone interrogativi difficili e decisioni molto rischiose, spesso imprevedibili nelle conseguenze. Come salvarsi dall’aggressore? Come proteggere le persone più care? Sarebbe meglio chiudersi in casa? Fuggire e nascondersi? Oppure attendere, adattandosi allo stato delle cose?

Alcuni pensano che forse c’è la possibilità di resistere.

Ma con quali mezzi? E quali rischi bisognerà affrontare? Pochi, fin da subito, impugnano le armi e salgono sulle montagne. Molti gli sbandati, i profughi, i perseguitati che vagano in cerca di aiuto: cosa è meglio fare quando bussano alla porta? Ognuno cerca le sue risposte secondo la formazione che ha ricevuto e seguendo il proprio carattere, ma deve anche tenere conto delle condizioni concrete in cui si trova ad agire.

Nella crisi dell’8 settembre quasi sempre “la scelta fu compiuta in quella «responsabilità totale nella solitudine totale», che Sartre ha chiamato «la rivelazione stessa della nostra libertà»” [Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p.26; le citazioni tra virgolette sono tratte dal testo del filosofo Jean-Paul Sartre La repubblica del silenzio, pubblicato nel volume La resistenza nella letteratura francese, a cura di W. Mauro, Canesi, Roma 1961, pp. 247-49].

Fu così anche per quegli abitanti di Nonantola che diedero soccorso agli ebrei rifugiati a Villa Emma, accettando il rischio di nasconderli e proteggerli fino al momento della fuga verso la Svizzera: la rivelazione giunse inattesa quella notte stessa in cui, nella completa libertà di scelta, essi decisero di aprire le loro porte.

Da quella medesima notte prende avvio l’itinerario di approfondimento che proponiamo in queste brevi note: metteremo a tema la parola-chiave decisione e, attraverso un repertorio di materiali differenti (testi scritti, testimonianze orali, filmati e altri documenti, reperibili per buona parte on-line), ne indagheremo più implicazioni, ruotando intorno ad alcuni casi esemplari verificatisi in contesti storici anche lontani fra loro.

L’atto della decisione viene analizzato secondo quattro diverse prospettive:

 

  1. l’autonomia (per agire il bene occorre darsi la norma da sé?) [.PDF]

  2. il coraggio (il coraggio è condizione necessaria per una libera scelta?) [.PDF]

  3. l’intransigenza (la decisione deve fondarsi su convinzioni irrinunciabili?) [.PDF]

  4. la ribellione (quando è giusto ribellarsi all’ingiunzione del potere?) [.PDF]

 

René Girard, uno dei più importanti antropologi contemporanei, ci ricorda che “il termine «decisione» in origine si riferiva all’uccisione sacrificale: decidere in latino significa innanzitutto tagliare la gola alla vittima sacrificale” [René Girard, Ordine e disordine in un mito Dogrib, in Miti d’origine. Persecuzioni e ordine culturale, a cura di P. Antonello e G. Fornari, Feltrinelli, Milano 2016, p. 12].

Secondo Girard il sacrificio rituale si collega direttamente ai cosiddetti miti d’origine, ossia alle grandi narrazioni sulle quali si fonda la cultura di ogni gruppo umano. Miti e rituali conterrebbero la memoria di un atto originario di violenza collettiva e incontrollata compiuta in un tempo remoto, arcaico, per fronteggiare con il meccanismo del capro espiatorio una grave minaccia, una crisi o eventi nefasti come carestie e pestilenze. La sistemazione narrativa del dramma svolge poi la funzione di fissare nel mito il nuovo ordine culturale del gruppo, ritualizzando infine il sacrificio iniziale.

Decisione e mito d’origine, dunque, s’intrecciano. Il mito di Antigone ce ne offre un esempio illuminante. Nell’omonima tragedia di Sofocle, inscenata alle Grandi Dionisie di Atene nella primavera del 422 a.C., la protagonista decide di violare l’ingiunzione del tiranno Creonte che le vieta, pena la morte, la sepoltura del fratello Polinice. Questi, caduto sul campo di battaglia durante l’attacco alle mura di Tebe – sua città natale – per rivendicarne il trono, si sarebbe macchiato di una colpa enorme perché, secondo l’accusa del tiranno, “voleva dalle radici bruciare la terra dei padri e gli dei della stirpe, e cibarsi del sangue fraterno, e renderlo schiavo” [Sofocle, Antigone, traduzione e a cura di M. Cacciari, nota di regia W. Le Moli, Einaudi, Torino 2007, pp. 9-10]. Nel dialogo tragico ingaggiato con Creonte, Antigone sosterrà senza timore che le leggi della polis non possono “avere tanta forza da abrogare quella delle leggi non scritte degli dèi, quelle leggi che non solo oggi o ieri, ma sempre vivono e nessuno sa quando apparvero” [Sofocle, Antigone, cit., p. 15].

Il filosofo Massimo Cacciari ha scritto che “Lo Zeus di Antigone fa segno al divino senza forma e senza nome” [Sofocle, Antigone, cit., p. X]. Come dire che la decisione di Antigone non guarda a una determinazione storica del divino ma a un’idea pura ed eterna del sacro, un’Archè di fronte alla quale le parole e i decreti di Creonte perdono ogni significato. Antigone è destinata a morire ma la sua persecuzione e la sua fine proiettano su di lei l’aura della vittima sacrificale. Con la sua uccisione si vorrebbe mettere fine alla crisi politica che turba la vita di Tebe e ristabilire così l’armonia nella città. Però Antigone rifiuta lo statuto di vittima e di fronte all’estremo decide di darsi la morte da sé.

Antigone continua a fare problema da quasi venticinque secoli con la domanda sospesa nel suo “santo delitto”. Numerosi scrittori e filosofi, anche musicisti e poeti, non hanno smesso di reinterpretarne il testo fino al nostro tempo. L’eccezionale vitalità di questo mito, ma più ancora la sua potenzialità nell’interrogarci con domande scomode, ci ha convinto a completare l’itinerario di approfondimento attraverso citazioni dal testo di Sofocle correlate alle quattro prospettive di analisi del tema principale.