Percorso 3

Scuola secondaria di secondo grado

Traiettorie di sguardi

Lo sguardo ha un ruolo importante nella vicenda dei ragazzi di Villa Emma.

Fin dal loro arrivo alla stazione di Nonantola, nel luglio del 1942, infatti, è anzitutto attraverso gli occhi che si stabilisce quel legame tra il gruppo di profughi e gli abitanti del paese, che sarà più tardi la chiave della loro salvezza. Da quegli sguardi, inizialmente stupiti, nasceranno amicizie tra i ragazzi ebrei e i ragazzi del paese, tra gli adulti del gruppo e alcune figure, prime fra tutte don Arrigo Beccari e il dottor Giuseppe Moreali, che si riveleranno poi determinanti nel momento del bisogno. Sono sguardi che svelano agli uni e agli altri la comune umanità, al di là delle lingue diverse e delle esperienze di vita distanti.

Il gruppo resterà a Nonantola più di un anno (allargandosi, in quell’arco di tempo, con l’arrivo di altri giovanissimi profughi dalla Jugoslavia, dai primi 40 a 73), e mentre i legami con alcuni locali si consolidano, con altri i rapporti continuano ad essere essenzialmente visivi, ma pur sempre improntati, a quanto ci dicono i testimoni, a una cordiale accoglienza e a una reciproca curiosità. Gli scambi di sguardi avvengono tra i nonantolani e i nuovi arrivati, ma anche all’interno di ciascuno dei due gruppi; in parte lo sappiamo per certo, in parte lo possiamo immaginare facendo riferimento a casi analoghi.

 

Proprio per questa insistenza sul contatto visivo che emerge dalle fonti, proponiamo qui alcune idee e materiali per stimolare nella classe una riflessione di taglio filosofico attorno al potere che lo sguardo può esercitare sui nostri comportamenti e sulle loro motivazioni.

Ci interrogheremo, in ogni sezione, sul rapporto fra un certo tipo di sguardo e la fase nonantolana della storia dei ragazzi di Villa Emma, facendo ricorso a passi di testi filosofici e ad esempi concreti.

Come filo conduttore abbiamo scelto la letteratura, in particolare alcuni passaggi di Guerra e pace di Lev Tolstoj che colgono con finezza varie tipologie di sguardo rivelandosi funzionali al nostro caso.

Indicazioni per un percorso didattico

Finalità:
cogliere lo spessore concettuale dell’incontro; confrontarsi con la complessità.

Obiettivi specifici d’apprendimento:
− adoperare motivatamente elementi del lessico della filosofia nel dialogo culturale;
− comprendere il significato teoretico, sociale e personale dei problemi filosofici.

Competenze in gioco:
− ermeneutiche: saper interpretare segni e testi; saper identificare questioni e argomenti pertinenti;
− logiche: saper condurre un ragionamento fondato;
− dialogiche: saper interagire all’interno della classe;
− didascaliche: saper raccontare;
− argomentative: saper argomentare il proprio punto di vista;
− attitudine a problematizzare: comprendere scenari complessi e cogliere le radici filosofiche del legame sociale e dei valori ad esso sottesi.

Gli strumenti e i materiali di seguito presentati – nella sezione TESTI – costituiscono, più che un vero e proprio “itinerario didattico”, spunti per una riflessione da proporre in classe. Ciò significa che li si può percorrere di capitolo in capitolo con tutta la classe, o assegnare ogni capitolo a un diverso gruppo di studenti per un confronto successivo; oppure ci si può concentrare su uno solo di essi. E, soprattutto, li si può integrare con altri autori, arrivando a proporre nuove declinazioni di sguardo capaci di aprire ulteriori piste di riflessione.

Cap. I – Lo sguardo che salva

Davout sollevò gli occhi e lo fissò. Per alcuni secondi si guardarono, e questo sguardo salvò Pierre. In quello sguardo, al di là di tutte le condizioni della guerra e del processo, fra quelle due persone si stabilirono dei rapporti umani. Entrambi in quell’unico istante sentirono vagamente un’immensa quantità di cose e capirono che erano entrambi figli dell’umanità, che erano fratelli.

[Lev Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi, Torino 2018, parte prima, cap. 10, p. 1285]

 

Questo è il passaggio che ci riconduce nel modo più diretto alla storia dei ragazzi di Villa Emma. Il loro primo contatto con la popolazione di Nonantola avviene attraverso un insistente scambio di sguardi: “La popolazione ci osservava con stupore dalla mattina fino alla sera”, scrive Josef Indig nelle sue memorie, e in molti casi così prosegue, come testimoniano alcune delle interviste agli abitanti del paese: i ragazzi del paese sono colpiti dall’aspetto ordinato dei loro coetanei, prevalentemente di origine cittadina, ben diverso dall’immagine dell’ebreo diffusa dalla propaganda fascista, e dalla loro abilità nel nuoto, mentre le ragazze li spiano dai balconi, cercando di farsi notare.

 

Testimonianze

 

Elementi di riflessione

  • Pensate che possa essere racchiuso in questo continuo scambio di sguardi il primo seme di quel sentimento solidale che ha portato i nonantolani a prestare soccorso al gruppo nel momento del bisogno, all’indomani dell’8 settembre 1943?

 

  • Ritenete, più in generale, che lo scambio di sguardi tra individui e gruppi possa esercitare un ruolo talvolta anche cruciale nel riconoscimento dell’umanità dell’altro? Dunque che lo sguardo possa avere uno spessore etico? A quali condizioni?

 

  • Non tutti gli scambi di sguardo, infatti, sono uguali: come interpretiamo, per esempio, lo sguardo che intercorre tra il Doktor Pannwitz e il prigioniero Primo Levi durante l’esame di chimica da questi sostenuto nel laboratorio di Auschwitz?

 

Così Levi ne dà testimonianza:

Pannwitz è alto, magro, biondo […]. Io, Haftling 174 517, sto in piedi nel suo studio che è un vero studio, lucido pulito e ordinato, e mi pare che lascerei una macchia sporca dovunque dovessi toccare.

Quando ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi e mi guardò.

Da quel giorno, io ho pensato al Doktor Pannwitz molte volte e in molti modi: mi sono domandato quale fosse il suo intimo funzionamento di uomo; […] perché quello sguardo non corse fra due uomini […], scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario fra due esseri che abitano mezzi diversi…”

[Puoi leggere il capitolo Esame di chimica in una qualsiasi edizione di Se questo è un uomo].

 

Spunto filosofico

  • Marcello Ghilardi, Derrida e la questione dello sguardo, “Aesthetica Preprint”, 91, Aprile 2011, Centro Internazionale Studi di Estetica, pp. 11-21.

 

Il passo che proponiamo ha essenzialmente lo scopo di fornire qualche suggestione che aiuti a formulare risposte alle domande che poniamo. Non è di facile lettura: abbiamo estratto alcuni passaggi da un lavoro più ampio in cui Marcello Ghilardi offre un’interpretazione di uno scritto di Jacques Derrida dedicato a un altro filosofo, l’amico di lunga data Jean-Luc Nancy.

L’arco delle questioni toccate è ampio e investe alcuni dei temi di fondo del pensiero di Derrida, nei quali non è tuttavia necessario inoltrarsi. Ci pare sufficiente cogliere l’intensità e la ricchezza con cui l’intreccio delle parole di Ghilardi con quelle del filosofo francese ci fanno intendere la potenza dell’incontro e della relazione che l’incrocio di sguardi può significare, con la sua capacità di decostruire ogni separazione netta, ogni presunta dualità.

 

 

Cap. II – Lo sguardo che obbliga

Le stesse caratteristiche che nella società in cui aveva vissuto prima erano state per lui, se non dannose, almeno imbarazzanti – la sua forza, l’indifferenza per gli agi della vita, la distrazione, la semplicità – qui, fra queste persone, ne avevano fatto quasi un eroe. E Pierre sentiva che questo loro sguardo gli imponeva degli obblighi.

[Lev Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi, Torino 2018, parte seconda, cap. 12, p. 1352]

 

Nella comunità in cui viviamo siamo costantemente sottoposti allo «sguardo dell’altro», che tende a richiederci certi comportamenti, pena la vergogna, o, nei casi più gravi, l’esclusione dal gruppo. Ci chiediamo perciò se e quanto lo «sguardo dell’altro» abbia agito anche nell’ambito nonantolano, contribuendo alla salvezza del gruppo di Villa Emma.

Nel caso specifico, non possiamo andare oltre le congetture, ma ci possiamo far guidare da Pierre Bayard, che ci suggerisce un esempio in cui lo «sguardo dell’altro» sembra aver effettivamente svolto un ruolo non secondario nelle scelte e nel comportamento retto di un uomo, il generale Jovan Divjak, durante l’assedio di Sarajevo (1992-’96). Serbo di origine, ma vissuto per quarant’anni a Sarajevo, rifiuta di cadere nella trappola delle etnie contrapposte in una guerra particolarmente cruenta e rimane a difendere la città, baluardo di un ideale multietnico che si andava disgregando sotto i colpi dei mortai, sfidando l’odio dei serbi, che lo considerano un traditore, e la diffidenza dei bosniaci, che sempre più tendono a inchiodarlo alle sue origini. La fedeltà a questa difficile scelta trae parte della sua forza, secondo Bayard, dalla consapevolezza dell’immagine positiva che a Sarajevo e all’estero si aveva di lui.

 

Testimonianze

  • Pierre Bayard, Sarei stato carnefice o ribelle?, Sellerio, Palermo 2018, pp. 158-168;
  • Jovan Divjak, Sarajevo, mon amour, Infinito, Formigine 2007, pp. 63-65 e 170-171.

 

* Quando avrete letto i testi ora indicati, riflettete su questo interrogativo: come e quanto vi sembra che lo «sguardo dell’altro» abbia agito sulle motivazioni della scelta di Jovan Divjak e sulla sua perseveranza?

 

Elementi di riflessione

  • Quanto lo «sguardo dell’altro» può aver agito nell’ambito nonantolano? Il desiderio di non dover provare vergogna di fronte a due figure autorevoli, di notevole caratura morale, quali il dottor Moreali e don Beccari, prima, e poi di fronte ai soccorritori attivi? Può lo sguardo dei soccorritori aver influito sul silenzio degli altri?

 

  • Vi è capitato di provare in prima persona la responsabilità di sostenere il peso dello «sguardo dell’altro», sentendovi in obbligo di comportarvi secondo (o contro) le aspettative suscitate dall’immagine positiva (o negativa) che di voi si era fatta la vostra comunità di riferimento (famiglia, gruppo di amici, classe…)?

 

  • Non sempre lo «sguardo dell’altro» induce però a comportamenti virtuosi. Ne è prova quel conformismo che ha avuto un ruolo determinante nel successo dei regimi totalitari: un esempio emblematico di tali atteggiamenti – di silenziosa e scontata obbedienza, anche ad ordini che inducono a gesti violenti e disumani, eseguiti da carnefici della porta accanto, persone comuni che nulla di aberrante sembrano avere nella loro vita di tutti i giorni – lo troviamo in un libro di grande interesse: Christopher R. Browning, Uomini comuni. Polizia tedesca e “soluzione finale” in Polonia, Einaudi, Torino 2004.

 

* Come regolarsi, quindi, nel momento in cui dobbiamo operare delle scelte misurandoci anche con lo sguardo della comunità, o del gruppo al quale apparteniamo, per non esserne fagocitati?

 

Spunto filosofico

  • Ágnes Heller, Il potere della vergogna, in Id., Il potere della vergogna. Saggi sulla razionalità, Castelvecchi, Roma 2018, pp. 7-17.

 

Anche in questo caso, i passi che proponiamo non permettono certo di cogliere nella sua completezza l’articolazione del discorso di Heller, che meriterebbe una lettura integrale. Pensiamo tuttavia che i passaggi selezionati possano essere d’aiuto a comprendere le implicazioni di carattere etico-politico che comporta l’essere sottoposti allo «sguardo dell’altro» e, pertanto, a riflettere sul rapporto fra le scelte e i comportamenti del singolo e le norme sociali.

 

Cap. III – Lo sguardo impotente

Mentre passava il maresciallo i prigionieri si erano ammassati, e Pierre aveva scorto Karataev, che non vedeva dalla mattina. Con indosso il suo cappottino, sedeva appoggiato a una betulla. Nel suo viso […] risplendeva anche un’espressione di calma solennità. Karataev guardava Pierre con i suoi occhi rotondi e buoni, velati adesso da una lacrima, ed era chiaro che lo chiamava, voleva dirgli qualcosa. Ma Pierre aveva troppa paura per se stesso. Finse di non vedere il suo sguardo, e si allontanò in fretta. Quando i prigionieri ripresero il cammino, Pierre si voltò indietro. Karataev sedeva sul ciglio della strada, sotto la betulla; sopra di lui, due francesi dicevano qualcosa. Pierre non si voltò piú. Camminava, zoppicando, in salita. Alle sue spalle, dal punto dove sedeva Karataev, risuonò uno sparo. Pierre lo udí distintamente, ma nello stesso istante in cui sentí lo sparo si ricordò che non aveva ancora terminato il calcolo, iniziato prima del passaggio del maresciallo, di quante tappe mancavano a Smolensk. E si mise a calcolare. Due soldati francesi, uno dei quali teneva in mano il fucile fumante, lo superarono di corsa. Erano entrambi pallidi, e nell’espressione delle loro facce – uno di loro gli lanciò una timida occhiata – c’era qualcosa di simile a ciò che Pierre aveva visto nel giovane soldato durante la fucilazione. Pierre guardò quel soldato e ricordò che due giorni prima si era bruciato la camicia asciugandola al fuoco, e che tutti avevano riso di lui. Il cane si mise a ululare alle loro spalle, dal luogo dov’era seduto Karataev. «Che scemo, che ha da ululare?» pensò Pierre. Proprio come Pierre, i soldati suoi compagni che camminavano al suo fianco non si voltarono a guardare il punto da cui si era udito lo sparo e poi l’ululato del cane; ma un’espressione severa era su tutti i volti.

[Lev Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi, Torino 2018, parte terza, cap.  14, p. 1420]

 

È interessante leggere il commento di Leone Ginzburg a questo passo, nella sua Prefazione a Guerra e pace:

Il desiderio di felicità è tanto legittimo che Pierre, nella sua marcia di prigioniero insieme alle truppe francesi in ritirata, si sente sempre più distante da Platón Karatàev, il savio e “rotondo” soldato contadino, a mano a mano che le forze di Karatàev vanno decadendo; e quando i francesi lo fucilano perché non riesce più a camminare con gli altri, Pierre finge con se medesimo di non essersene accorto, per non menomare con lo spettacolo straziante di una realtà che non saprebbe impedire il nuovo equilibrio morale da lui conquistato in prigionia, e per tanta parte legato all’esempio stesso di Karatàev. Quando la felicità dei protagonisti è raggiunta, il libro finisce. Non a tutti è parsa una lieta fine; la poetica Natàša che non canta più, ma allatta e fa scene di gelosia al marito, è sembrata a parecchi la menomazione di una creatura d’impareggiabile grazia, femminilmente esperta nella sua acerbezza. Ma la felicità è ancora meglio: quella felicità che può far distogliere lo sguardo di un giusto da un uomo ucciso ingiustamente.

[L. Ginzburg, Prefazione a Lev Tolstoj, Guerra e pace, Einaudi, Torino 2018, p. 5]

 

Queste parole ci possono apparire scandalose, ma, in fondo, rappresentano lo sguardo che la maggior parte di noi rivolge alle tragedie che la realtà costantemente ci presenta.

 

* Pensate che sia legittimo perseguire la nostra felicità distogliendo lo sguardo dalle ingiustizie che non saremmo in grado di impedire?

 

* Inoltre, questa volta, chiediamo a voi di portare la vostra testimonianza: siete attivi (o avete in animo di diventarlo) in qualche organizzazione che si batte contro qualche forma di ingiustizia, o prevale in voi l’impotenza di fronte al male nel mondo?

 

Molto spesso, le vicende drammatiche di cui veniamo a conoscenza (attraverso lo studio, la Tv o Internet) restano comunque in noi e, anche se non ci portano ad agire per contrastarle, contribuiscono a formare la nostra moralità.

Forse, allora, l’impotenza del nostro sguardo partecipa anche, in parte, dello stato d’animo della prima pattuglia russa arrivata al campo di Auschwitz, mirabilmente descritto da Primo Levi in apertura de La tregua:

La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles e io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera.

[…] Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi […]; sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi. […] Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno. […] Era la stessa vergogna a noi ben nota, […] quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui”.

[Puoi leggere il capitolo Il disgelo in una qualsiasi edizione de La tregua].

 

* Dopo aver riflettuto sulla complessità alla quale rimanda tale questione, esprimete un vostro pensiero e avanzate vostre considerazioni.

 

La storia dei ragazzi di Villa Emma non presenta tinte così drammatiche, ma il “lieto fine” non ci deve far dimenticare il contesto, le ragioni che hanno condotto il gruppo a Nonantola; del resto, è su tale sfondo che emerge e brilla il meritorio episodio di accoglienza e di solidarietà dei nonantolani.

 

* Dopo esservi documentati sulla storia di Villa Emma, vi chiediamo di riflettere su due questioni:

– Cosa pensate che possa consegnare la storia dei ragazzi di Villa Emma ai nonantolani di oggi?

– Che cosa può lasciare a tutti noi che ne veniamo a conoscenza?

 

Spunto filosofico

  • Tzvetan Todorov, Di fronte all’estremo, Garzanti, Milano 2011, pp. 139-152

 

Il passo che proponiamo è di più facile lettura rispetto ai precedenti, a compensare in parte la maggiore difficoltà delle domande, che chiamano in causa studenti e studentesse in maniera più diretta. Il testo presenta un’analisi puntuale dei diversi livelli di inazione, e delle rispettive giustificazioni, che la storia ci presenta nel caso dei regimi totalitari nell’Europa del secolo scorso. Si conclude, poi, suggerendo un obiettivo praticabile.